La sempre maggiore diffusione nel Bel paese della festa di Halloween continua a suscitare accesi dibattiti tra I favorevoli e I contrari che, ritenendola una ricorrenza importata, la considerano totalmente estranea alle nostre tradizioni. Se è vero che il boom di questi ultimi anni è dovuto essenzialmente alle influenze cinematografiche e letterarie d’oltreoceano, è altrettanto vero che nel folklore di tutte le regioni italiane I giorni che vanno dalla vigilia di Ognissanti all’11 novembre sono dedicati, da tempo immemore, al culto dei morti.

Il folklore abruzzese è ricco di tradizioni legate al culto dei morti e la festa celtica di Samhain, che dà le origini ad Halloween, e la leggenda irlandese di Jack o’ lantern, che vaga portando con sè una zucca infuocata, ricordano molto alcuni riti ora dimenticati, ma largamente praticati in passato nel nostro territorio. Cosa dire ad esempio delle calze che I bambini appendevano sul camino perchè i parenti defunti le riempissero di dolciumi nella notte tra il 1 e il 2 novembre? E la richiesta “dolcetto o scherzetto” non ricorda forse l’elemosina che in molti paesi abruzzesi veniva fatta pe’ll alme de le murte ai poveri, che in cambio di benedizioni alla casa ricevevano il cibo sacro preparato per i defunti nella notte del 1 novembre? Cosa che accadeva ad esempio a Pacentro, o a Chieti, dove sul tavolo, vicino ad un lume, si lasciavano pane e acqua che il giorno successivo alla notte del 1 novembre venivano donati ai poveri. A Pratola (Aq) si usava apparecchiare la tavola, poggiando una conca piena di acqua sul tavolo, lasciando l’uscio aperto, mentre i ragazzi, con il volto imbiancato di farina, bussano alle porte delle case facendo scherzi.

Un’altra consuetudine che dimostra le analogie tra Samain, Hallloween e i nostri usi è quella secondo cui i giovani di numerosi paesi abruzzesi disegnavano sugli usci delle case scheletri, tibie, teschi per confermare che I morti erano stati li. A Serramonacesca, invece, i bambini, vestiti da “trapassati” con zucche intagliate, le “Cocce de morte” (teste di morto), bussavano di casa in casa in cerca di dolciumi e al “Chi è?” rispondevano: L’aneme de le murte. Nella valle peligna la notte del 1 novembre non si raccoglievano le briciole cadute a terre e la tavola veniva lasciata apparecchiata per la cena dei defunti. A Guardiagrele tuttora si lasciano alla finestra un piatto di minestra, un lumicino e una bottiglia di vino. A Sulmona (Aq) la popolazione un tempo seguiva la processione fino al cimitero dove si celebrava la messa e poi si banchettava, per festeggiare la vita che si rinnova; nel frattempo I ragazzi scarabocchiavano con la calce fresca e con pennello tinto di bianco tutte le porte delle case dopo aver picchiato i portoni, portando zucche vuote con fori a mo’ di teschio.

Quando prima della grande migrazione degli anni 1946-1960 le case dei piccoli borghi abruzzesi erano ancora tutte abitate, I paesi assumevano l’aspetto di una grande luminaria per via della consuetudine di lasciare candele accese alle finestre al fine di indicare ai defunti la via di casa. Una scia di luce partiva dal camposanto ed attraversava tutto il paese e piccole lingue di fuoco oscillavano alle finestre per indicare la strada alla processione dei morti, ossia i defunti che tornavano a fare vista ai propri cari, tutti in fila : davanti le anime dei nati morti, successivamente le creature decedute poco dopo il battesimo, poi I giovani e le ragazze precocemente scomparsi, infine anziani e vecchi. I lumini delle tombe avrebbero indicato ai defunti la strada del ritorno, quelle alle finestra il luogo delle loro antiche dimore terrene.

A Introdacqua questa processione veniva chiamata Scurnacchiera dal termine curnacchia, cornacchia, il volatile che era considerato messaggero delle anime dei defunti

A Castello di Palmoli (Ch) si celebra tuttora La notte dei “mazz’marill, spiritelli dispettosi che, nascosti tra gli arbusti, attendono i visitatori, per portare notizie dal mondo ultraterreno.

In diversi paesi abruzzesi si riteneva che i morti avessero il permesso di rattoppare I loro vestiti laceri solo nella notte di Ognissanti e per questo si lasciavano accesi lumini e candele nelle case: i cari defunti tornando nelle loro case, avrebbero avuto sufficiente luce per rattoppare i vestiti senza rischiare di restare per un anno intero con gli abiti laceri.

Ma secondo tradizione, la notte di Ognissanti non è animata solo dalle care anime dei defunti, ma anche da spiriti malevoli, streghe e dalla temibile “pantafica”, figura spettrale, dalle sembianze di strega che si materializza nel letto del malcapitato durante il sonno, paralizzandolo, togliendogli il respiro e impedendogli di proferire parola. Il rimedio contro le sue apparizioni è semplice: lasciarle durante la magica notte un po’ di vino da bere.

Chi desiderasse approfondire l’argomento del folklore abruzzese legato al culto dei morti può consultare il testo “Halloween nei giorni dei morti che ritornano” Di Eraldo Baldini e Giuseppe Bellosi e le opere di Gennaro Finamore, Giovanni Pansa ed Emiliano Giancristofaro.